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Perché dovremmo smettere di "spiegare" l’inclusione ai bambini. Meno teoria, più prassi: quello che gli adulti possono imparare dalla naturalezza con cui i bambini vivono le diversità.

Immagine del redattore: inclassefacile
inclassefacile
16 set
Tempo di lettura: 3 min

Sulle riviste pedagogiche, nei corridoi delle scuole e durante i corsi di formazione non si parla d’altro: inclusione. Elaboriamo progetti, definiamo acronimi, scriviamo documenti e organizziamo giornate a tema. Ma se per un attimo ci fermassimo a guardare cosa succede in classe quando la porta è chiusa, ci accorgeremmo di una verità quasi scandalosa: i bambini non hanno alcun bisogno che qualcuno "spieghi" loro l'inclusione.

Siamo noi adulti ad aver trasformato l'accoglienza in una materia di studio. I bambini, dal canto loro, vivono il mondo con una concretezza disarmante.


La lente degli adulti vs. il pragmatismo dei bambini

Quando un adulto guarda una classe, spesso vede categorie: alunno con disabilità, BES, DSA, madrelingua straniera, background fragile.

Quando un bambino guarda la stessa classe, vede semplicemente: Marco che corre veloce, Luca che si stanca subito, Giulia che disegna benissimo e Matteo che fa rumore con la sedia.

Per un bambino, la diversità non è una minaccia né un concetto filosofico su cui fare un cartellone colorato; è semplicemente un dato di fatto. La distanza o il pregiudizio non nascono nei bambini: vengono appresi quando noi adulti iniziamo a creare contesti speciali, discorsi solenni o, al contrario, quando evitiamo di parlarne trasformando la diversità in un tabù.


Non servono sermoni morali, servono risposte logiche

"Perché lui non parla come noi?"

"Perché usa la sedia con le ruote?"

"Perché ha dei fogli diversi dai miei durante la verifica?"

Di fronte a queste domande, molti adulti s'irrigidiscono, temendo che la curiosità del bambino sia irrispettosa. Ma i bambini non fanno domande per giudicare: cercano di capire.

La soluzione non è un lungo discorso sull'importanza di essere tutti uguali o buoni. La risposta efficace è semplice, logica e priva di pietismo:

"Lui usa la sedia a rotelle perché le sue gambe non si muovono come le tue, così può spostarsi e giocare con noi."

"Usa un foglio con i disegni perché capisce meglio le storie attraverso le immagini che con le parole scritte."

Una volta ottenuta una spiegazione chiara che soddisfa la loro curiosità pragmatica, per i bambini il problema è risolto. La domanda successiva sarà quasi sempre: "Va bene, ora possiamo giocare?"

L’inclusione è un verbo d’azione, non un sostantivo

Continuare a "parlare" di inclusione rischia di essere un alibi per nascondere la mancanza di strumenti reali. L'inclusione vera non si fa nei convegni o con le parole d'ordine; si fa sui banchi, ogni giorno, attraverso l'azione:

Rendere gli strumenti normali, non "speciali": Se in classe sono disponibili mappe, schede ad alta leggibilità o supporti visivi per tutti, nessuno si sentirà diverso per il fatto di usarli.

Organizzare attività in cui tutti hanno un ruolo: Nell'apprendimento cooperativo e nel gioco, l'obiettivo non è "far fare un favore" al compagno in difficoltà, ma valorizzare ciò che ciascuno sa fare meglio.

Costruire l'ambiente, non cambiare le persone: Adattare gli spazi, i tempi e i linguaggi affinché ciascuno possa partecipare secondo le proprie possibilità.


Meno etichette, più prassi

Forse è arrivato il momento di fare un passo indietro come adulti. Smettiamo di teorizzare l'inclusione davanti ai bambini e iniziamo a praticarla con loro.

La prossima volta che ci viene voglia di fare una lezione sull'inclusione, mettiamo da parte le slide. Diamo invece ai nostri alunni un materiale didattico accessibile, un gioco condiviso e una spiegazione sincera alle loro domande. Saranno loro a insegnarci come si abbattono le barriere, senza nemmeno bisogno di chiamarlo "progetto".

 
 
 

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